“Il delitto d’onore”: nel libro di Ferdinando Terlizzi lo strano caso del dottor Carbone

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SANTA MARIA CAPUA VETERE – Con la legge 442 del 5 agosto del 1981 vennero finalmente abrogate le disposizioni sul delitto d’onore. Con lo scopo presunto di salvaguardare una particolare forma di “onore”, di reputazione, infatti, fino a una quarantina di anni fa un uomo o una donna (ma la maggior parte di coloro che commetteva tale reato erano quasi esclusivamente uomini) potevano, in modo alternativo a quello giuridico, “vendicare” le offese personali.

Ferdinando Terlizzi, decano dei giornalisti casertani, cronista giudiziario, ha scritto un libro, intitolato proprio “Il delitto d’onore” pubblicato da Giuseppe Vozza Editore, che si apre con la prefazione di Raffaele Ceniccola, già avvocato generale della Corte di Cassazione e la postfazione di Fabio D’Aniello,
avvocato del Foro di Napoli, giurista internazionale.

Terlizzi descrive la vicenda relativa allo strano caso del dottor Luigi Carbone con stile secco, asciutto: la fantasia è nella vicenda.
Il chirurgo, protagonista del racconto, nel lontano 1922 a Lapio, in provincia di Avellino, aveva sgozzato con un rasoio la moglie mentre dormiva perché si era presentata non pura alle nozze e poi, lavatosi le mani sporche di sangue, era andato ad uccidere, per vendetta trasversale, la sorella del presunto seduttore.
“Il merito maggiore dell’Autore – scrive Ceniccola – è quello di descrivere questa vicenda, per quanto torbida ed incredibile, stando al di dentro di essa: non assume un atteggiamento censorio e distaccato, quasi da mero spettatore di un fatto non umano posto in essere da un mostro che non appartiene al mondo dei comuni mortali, ma vi è in lui la consapevolezza che mostro è solo un termine che vuole significare che la miseria dell’uomo è senza limiti; egli sa che anche gli autori dei più efferati delitti sono sovente persone comuni, quelle della porta accanto, gli amici di scuola o di giochi. Nel processo Carbone, si fronteggiarono due insigni penalisti (Giovanni Porzio per l’imputato e Alfredo De Marsico per la parte civile); il procedimento si concluse con la condanna dell’imputato a soli due anni di reclusione. I giurati concessero al Carbone la totale infermità di mente per l’uxoricidio ed il vizio parziale di mente oltre alle attenuanti generiche per l’altro delitto”.
La mitezza della pena scosse l’opinione pubblica e il caso fu seguito da altre analoghe vicende giudiziarie, che indussero il legislatore del 1930 ad introdurre nel codice penale l’art. 587, che prevedeva una pena da tre a sette anni per chi uccideva il coniuge, la figlia o la sorella nell’atto in cui ne scopriva la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa all’onore suo o della famiglia.
Solo con la legge n. 442 del 5 agosto del 1981 vennero, però, abrogate le disposizioni sul delitto d’onore.