Antonio Arricale – L’abolizione del bollo auto è cosa buona e giusta. Per i cittadini e per le famiglie. Peccato sia temporanea e limitata, ma non sia mai che un giorno
diventi definitiva e riguardi tutti i veicoli. Sarebbe quasi rivoluzionario: una tassa che scompare davvero.
Il bollo, del resto, è probabilmente il più detestato tra i mille balzelli italiani. Si paga alla Regione, che dovrebbe restituire quelle risorse sotto forma di servizi. Poi si prende l’auto, si affrontano strade dissestate e collegamenti precari e ci si domanda se, insieme alla tassa, non sia evaporato anche il patto con il contribuente.
Naturalmente, appena il governo ha annunciato l’abolizione, è partita la consueta ridda di proteste. Da sinistra e dalle Regioni si levano allarmi sulla sanità, sui bilanci e sui servizi a rischio. Il presidente della Toscana, Eugenio Giani, ha già fatto i conti: 350 milioni di minori entrate e appena 100 di rimborso. «Una cosa scandalosa», dice.
Può darsi. E certamente le compensazioni dovranno essere adeguate e trasparenti. Ma nel coro manca sempre una voce: quella che propone di tagliare spese inutili, consulenze, carrozzoni e sprechi. Quando i soldi diminuiscono, un buon padre di famiglia comincia a spegnere le luci nelle stanze vuote. Le Regioni, invece, sembrano preferire lasciare acceso tutto il palazzo e presentare la bolletta ai cittadini.
A parti invertite, naturalmente, il copione sarebbe identico: cambierebbero soltanto gli indignati. In Italia le tasse sono ingiuste quando le introduce l’avversario e indispensabili quando finanziano il proprio bilancio. Il bollo forse sparirà. Il vizio di spendere senza mai spegnere la luce, purtroppo, resterà.





