NAPOLI – Il sistema anti-cellulari sperimentato nel carcere di Secondigliano è destinato a diventare una misura nazionale.
Lo ha annunciato il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni durante una conferenza stampa al Palazzo di Governo di Napoli, alla presenza del prefetto Michele di Bari e del capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Stefano Carmine De Michele.
«Partiamo da Napoli ma verrà estesa a tutta Italia», ha detto Balboni. La precedenza andrà agli istituti più problematici; l’installazione proseguirà poi nelle altre carceri in cui sarà ritenuta necessaria. Il sistema, collaudato ieri per la prima volta a Secondigliano, è progettato per inibire le comunicazioni telefoniche e la trasmissione di dati attraverso i dispositivi introdotti illegalmente.
La scelta dell’istituto napoletano risponde a un problema concreto. Lo scorso luglio, durante una perquisizione a Secondigliano, la polizia penitenziaria ha sequestrato otto telefoni, tra smartphone e apparecchi di piccole dimensioni, insieme a droga e a un bilancino. Due cellulari erano nascosti negli indumenti di altrettanti detenuti. Il ritrovamento aveva riacceso la richiesta di strumenti tecnologici per contrastare i contatti non autorizzati con l’esterno.
Balboni ha indicato nelle prossime settimane e nei prossimi mesi l’orizzonte per i primi ampliamenti. Ha però richiamato il costo dell’intervento: gli istituti penitenziari italiani sono 196 e l’estensione richiederà una scelta delle priorità. Per ragioni di riservatezza, durante la conferenza non sono stati comunicati né l’investimento previsto né il numero delle carceri interessate.
Il collaudo positivo segna dunque l’avvio del piano, ma non consente ancora di misurarne la copertura su scala nazionale. A stabilire la portata dell’operazione saranno le installazioni successive e la verifica del loro funzionamento negli istituti. Nel frattempo, il contrasto ai telefoni illegali continua a passare anche dalle perquisizioni e dai controlli della polizia penitenziaria: l’inibitore può impedire una comunicazione, ma non elimina da solo i tentativi di introdurre dispositivi in carcere.
(Nelle foto, il carcere di Secondigliano (Ansa) e nei riquadri Michele Di Bari e Alberto Balboni (Imagoeconomica)




