ROMA – (Angela Cappetta) – Potrebbe essere trasferito a Napoli il caso Lavitola. La presunta incompetenza territoriale della Procura di Roma è uno dei tre punti fondamentali su cui si è basata la memoria difensiva di 72 pagine depositata stamattina al Tribunale del Riesame della capitale dal difensore del faccendiere napoletano, Arturo Cola. Secondo il penalista l’attentato dinamitardo ai danni di Sigfrido Ranucci si sarebbe consumato davanti all’abitazione dell’ex conduttore di Report ma sarebbe stato pianificato in Campania tra Cicciano ed Avella: dunque il reato sarebbe cominciato lì.
Cicciano è il paese in provincia di Napoli dove vive con la sua famiglia Clesio Tavares Gomes, il camerunense factotum di Valter Lavitola, a cui l’ex direttore de L’Avanti avrebbe dato “carta bianca” per organizzare l’attentato (come ha dichiarato stamattina ai giudici del Tribunale delle Libertà in videocollegamento dal carcere di Rebibbia).
Avella è invece il comune dell’Irpinia in cui risiedono i quattro esecutori materiali assoldati proprio dal camerunense ancora latitante in Africa: Antonio Passariello, suo figlio Pellegrino D’Avino, la compagna di quest’ultimo Marika De Filippi e Saverio Mutone (a cui il gip una settimana fa ha negato gli arresti domiciliari).
La decisione del Riesame potrebbe arrivare anche in giornata o, al massimo, entro un paio di giorni. I giudici dovranno decidere anche sulla richiesta di domiciliari per Valter Lavitola che avrebbe indicato una casa in Basilicata come il luogo dove eventualmente scontare la misura preventiva prima del processo.
Gli altri due punti su cui si è incentrata la memoria difensiva del legale dell’imprenditore napoletano riguardano la presunta inefficacia dell’ordinanza cautelare e la contestazione dell’aggravante del metodo mafioso da parte della procura.
Intanto anche stamattina Lavitola ha ribadito che “con Ranucci c’era un grande rapporto d’amicizia” e che “speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me”.
Il faccendiere, protagonista in passato dell’inchiesta sulla casa di Montecarlo che ha stroncato la carriera politica di Gianfranco Fini e della compravendita dei senatori che nel 2008 fece cadere il governo Prodi a favore di Berlusconi (salvo poi ricattare anche l’ex presidente del consiglio), ha ripetuto che non voleva assolutamente mettere in pericolo la vita di Ranucci ma solo “proteggerlo” ed accrescerne la sua popolarità.
Nell’attesa della decisione del Riesame, restano ancora tanti punti oscuri sulla vicenda. Ranucci era al corrente o meno dell’attentato? Ed esistono legami con l’affare del carbon credit che Lavitola e Gomes stavano portando avanti in Camerun? A giorni sarà ascoltato di nuovo anche l’ex conduttore di Report.
Nelle foto, da sinistra: Sigfrido Ranucci, Arturo Cola e Valter Lavitola