TORINO – De Luca, ovvero, la parabola dell’uomo solo al comando… che nessuno però abbandona davvero. Criticato, isolato, smentito. Eppure conteso, celebrato, applaudito.
Lo sceriffo De Luca – mentre da Roma non perdevano occasione di stoppare le sue ambizioni e le baldanzose uscite del figlio Pierino – ha partecipato alla Festa dell’Unità, a Rivoli, in provincia di Torino. E non si è trattato di una parentesi mondana, tutt’altro. È stata, invece, una manifestazione plastica del rapporto ambivalente che il Partito Democratico ha con il suo governatore campano.
Da un lato, il fronte della “rottura”: dirigenti che lo vorrebbero fuori dal partito, che ne contestano il linguaggio, il metodo, la gestione accentratrice. Dall’altro, il fronte del “bisogno”: perché De Luca ha consenso, mobilita voti, parla a un elettorato che il PD fatica a intercettare. E quando arriva alle feste, la folla si muove. I selfie si moltiplicano. Le strette di mano si fanno convinte. Andate a rileggervi le cronache locali della Stampa.
È il paradosso del potere personalista: genera rigetto nei vertici, ma resta magnetico per le basi. E così, mentre lo si boccia nei congressi, lo si blandisce nei gazebo. Mentre lo si osteggia nelle sedi, lo si accompagna nei palchi.
De Luca non divide il PD. Ne rivela la sua ambiguità. Perché il partito vuole rigenerarsi, ma non rinuncia a chi lo tiene in piedi. Vuole cambiare linguaggio, ma resta ostaggio di chi sa ancora parlare alle piazze.
È un conflitto che non riguarda solo un uomo. Riguarda un’identità che il PD non ha ancora chiarito. (aa)