Napoli, allarme Vesuvio: “Gli incendi modificano i paesaggi, a lavoro per la tutela dell’ambiente”

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“Negli ultimi 10 anni sono andati in fumo più di 500.000 ettari di boschi di cui 160.000 nell’Estate del 2021.  Ora le istituzioni stanno facendo la loro parte ma c’è necessità di un maggiore coordinamento.  L’incendio distrugge ettari ed ettari di aree boscate che hanno il loro equilibrio in quanto il bosco stesso con gli alberi, le piante, la vegetazione che lo compongono, rappresenta un equilibrio idrogeologico. Nel momento in cui andiamo a perturbare questo equilibrio si possono creare movimenti franosi perché viene a mancare lo strato superficiale che mantiene il terreno. Le aree boscate spesso possono anche nascondere aree in frana quiescenti che possono essere riattivate dagli incendi. Dunque chi incendia non solo reca danno ambientale con la perdita di vegetazione di notevole pregio ma attenta anche alla vita umana. Le aree urbanizzate vengono così esposte a rischio frana. Quanto è accaduto sullo Stromboli è davvero grave perché l’incendio sviluppatosi per cause ancora in corso di accertamento, oltre a mandare in fumo centinaia di ettari di patrimonio boschivo di rara bellezza, rischia di predisporre il territorio, già a rischio vulcanico (Stromboli è uno dei principali vulcani attivi del territorio nazionale) a innescare rapidi e potenti flussi fangoso detritici che possono arrecare ingenti danni al territorio comprese le infrastrutture dell’isola.

Purtroppo, sempre più spesso assistiamo alle modificazioni fisiche provocate dagli incendi boschivi che rappresentano serie premesse per l’incremento del rischio per l’ambiente e le attività antropiche, anche dopo lo spegnimento degli incendi. Il comportamento dei versanti cambia drasticamente quando la copertura vegetale viene devastata dagli incendi che, oltre a provocare la distruzione della vegetazione, generano uno strato di cenere finissima che rende momentaneamente impermeabile la superficie del suolo. Dopo un incendio si ha la riduzione delle infiltrazioni con il conseguente aumento delle acque ruscellanti che determinano condizioni di pericolosità”. Lo ha dichiarato il geologo Gaetano Sammartino, Presidente della Società Italiana di Geologia Ambientale sezione Campania, a margine della conferenza “Dissesto idrogeologico e incendi boschivi. Storia e attualità della prevenzione” e svoltasi a Napoli al Palazzo delle Arti.

Il vero problema si presenta dopo l’incendio soprattutto in occasione delle prime piogge. Gli incendi modificano completamente i paesaggi, eliminano il sottobosco e modificano le caratteristiche tipiche del terreno – ha dichiarato Egidio Grasso, Presidente dell’Ordine dei Geologi della Campania –  determinando una forte azione erosiva a monte e un forte accumulo di terreni detritici a valle. Subito dopo l’incendio bisognerebbe intervenire immediatamente con la perimetrazione dell’aree colpite e con la verifiche delle aree a rischio idrogeologico anche nell’intorno e con l’ispezione dei corsi d’acqua”. C’è uno studio sul devastante incendio che nel 2017 colpì il Parco Nazionale del Vesuvio. Lo studio è stato realizzato e presentato dal vulcanologo Giuseppe Rolandi sull’incendio che 5 anni fa, nel 2017 interessò il Parco Nazionale del Vesuvio. Rolandi è ordinario di Vulcanologia dell’Università Federico II di Napoli.

“Quello del 2017 è stato un incendio che potremmo definire a “quattro mani”. Nello studio ho creato un parallelismo tra quell’incendio e un’eruzione vulcanica. Abbiamo notato che c’è stato un analogo comportamento delle colonne di fumo con quelle eruttive in particolare del 1944. Si devono potenziare le stazioni di rilevamento dei venti. Ne abbiamo trovate solo una a Marigliano ed un’altra a Terzigno. L’incendio ha preso corpo a Torre del Greco, ad Ercolano, ad Ottaviano – ha dichiarato Giuseppe Rolandi, vulcanologo, Ordinario dell’Università Federico II di Napoli –  a Terzigno come se qualcuno avesse deciso di coinvolgere tutto l’apparato vulcanico. I fumi partiti da questi quattro punti si sono unificati in un’unica colonna simile all’eruzione del 1944. Si è trattato di un incendio di chioma ce ha interessato gli alberi fino alla parte alta ed inoltre nella colonna di fumo è stato dimostrata la presenza di particolati visibili e poco percettibili che noi abbiamo respirato. Dunque non mancarono le ordinanze dei sindaci di chiusura delle finestre. Abbiamo preso in esame anche la direzione e la velocità dei venti che quel giorno viaggiavano almeno a 20 metri al secondo”.