LA STORIA – di ANTONIO ARRICALE– I festeggiamenti dei 102 anni dell’avvocato Giuseppe Garofalo hanno sollecitato – tra penalisti, storici e cronisti di giudiziaria – molti ricordi. Ciascuno, ovviamente, attingendo alla propria esperienza professionale e, soprattutto, sensibilità umana e politica.
Né poteva essere diversamente, avendo il decano dei principi del Foro di Santa Maria Capua Vetere attraversato – molto spesso da protagonista, da personaggio di prima fila – un secolo, il Novecento, tra i più tumultuosi e drammatici della storia italiana (e non solo) e percorrendone questa parte del Nostro con inalterata freschezza e profondità di analisi e giudizio.
Tuttavia, tra i ricordi sono sfuggite, alla penna di qualche collega, alcune inesattezze: ci sta, i giornali on line (ma anche quelli cartacei, quei pochi che ancora sopravvivono) hanno impresso nuovi e sempre più accelerati ritmi di lavoro ai poveri cronisti, i quali – ahinòi – non possono neanche più confidare sull’aiuto dei correttori di bozze. Ma tant’è. E veniamo al dunque.
Tra le tante storie evocate – con riferimento al nostro Don Peppino Garofalo – ce n’è una che, per affinità politiche – a me che feci il praticantato professionale all’Avanti! – mi piace ricordare per riportarla nella verità e precisione della cronaca, prima ancora che della storia.
Esercizio che faccio volentieri, peraltro, sapendo che è dal Web che i ricercatori attingono le prime notizie di una storia. Dunque, lungi da me ogni altra presunzione, lo scopo è semplicemente quello di evitare l’effetto eco dell’errore.

L’avvocato Garofalo fu nel collegio della difesa di parte civile di Francesca Serio, mamma del sindacalista socialista Salvatore Carnevale ucciso, a 31 anni, dalla mafia a Sciara, in provincia di Palermo, mentre si recava a lavorare in una cava di pietra gestita dall’impresa Lambertini.
Era il 16 maggio 1955. I killer lo uccisero mentre percorreva la mulattiera (trazzera) di contrada Cozze secche.
Carnevale (Salvatore Giuliano non c’entra, è un’altra storia) aveva dato molto fastidio ai proprietari terrieri per difendere i diritti dei braccianti agricoli. Nel 1951 aveva fondato la sezione del Partito Socialista Italiano di Sciara ed aveva organizzato la Camera del lavoro, e al momento della fondazione era consapevole che la sua azione non sarebbe stata priva di conseguenze. Infatti, confidò: “Se caduti del Partito socialista italiano in Sciara vi saranno, il primo sarò io”.
Del suo omicidio vennero accusati quattro mafiosi di Sciara, dipendenti della principessa Notarbartolo: l’amministratore del feudo Giorgio Panzeca, il magazziniere Antonio Mangiafridda, il sorvegliante Luigi Tardibuono e il campiere Giovanni di Bella.

L’episodio fece molto scalpore. L’Avanti! avviò una campagna stampa, sia per chiedere giustizia del proprio militante, e sia, soprattutto, per smascherare i gravi sospetti di collusione esistenti tra gli accusati ed i poteri costituiti. Non ultimo, tra la magistratura e certi ambienti. La storia, a ben vedere, è sempre la stessa. Insomma, il processo venne trasferito – per “legitima suspicione” – a Santa Maria Capua Vetere.
E qui, entra in campo il giovane e già affermato avvocato Garofalo: il quale fu incaricato a quella difesa da Pietro Nenni, segretario del Psi, che era socialista come lui. All’epoca, infatti, Garofalo era consigliere Provinciale del Psi.

Ma non era questa l’unico particolare degno di nota, in questra vicenda. In quel processo, assegnato dalla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, furono impegnati come difensori anche due pezzi da novanta: Sandro Pertini (socialista) e Giovannni Leone (democristiano) – entrambi divennero presidenti della Repubblica – oltre agli avvocati, la cui fama aveva già prevaricato la cinta daziaria locale: Pompeo Rendina, Ciro Maffuccini (nella foto a sinistra) e Alfredo de Marsico (nella foto a destra).
È appena il caso di ricordare, peraltro, che il processo ai quattro campieri del feudo della baronessa Notarbartolo, è ampiamente riportato nell’ultima fatica di un altro campione e memoria storica del giornalismo giudiziario casertano, Ferdinando Terlizzi, senatore dei giornalisti casertani, a sua volta “cliente” ed amico di don Peppino Garofalo, dal titolo “La gran corte criminale di Santa Maria di Capua”, in uscita per fine aprile.
Tra i particolari di questa storia, inoltre, è appena il caso di ricordare che, sull’omicidio di Salvatore Carnevale e, soprattutto, sulla fiera compostezza e la risoluta fermezza di Francesca Serio nell’accusare mandanti ed esecutori dell’assassinio del figlio, lo scrittore Carlo Levi, che seguì le udienza a Santa Maria, scrisse la famosa frase: “…le parole sono pietre”.
«E’ una donna di cinquant’anni, ancora giovanile nel corpo snello e nell’aspetto, ancora bella nei neri occhi acuti, nel bianco-bruno colore della pelle, nei neri capelli, nelle bianche labbra sottili, nei denti minuti e taglienti, nelle lunghe mani espressive e parlanti; di una bellezza dura, asciugata, violenta, opaca come una pietra, spietata, apparentemente disumana… Niente altro esiste di lei e per lei se non questo processo che essa istruisce e svolge da sola, seduta nella sua sedia di fianco al letto; il processo del feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello Stato. Così questa donna si è fatta in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre…», si legge nell’omonimo libro, tre giorni in Sicilia, dello scrittore.

Ma, forse, vale la pena riportare anche due altri paritolari degni di nota, in questa storia.
L’istruttoria dell’indagine fu portata avanti dal Procuratore Pietro Scaglione, che negli anni successivi – esattamente il 5 maggio 1971 – con l’autista Antonio Lorusso, fu ucciso da Luciano Liggio, tra i più potenti boss di Cosa nostra. Mentre la Corte di assise era presieduta da Prisco Palmieri: i quattro mafiosi furono condannati all’ergastolo, anche se poi furono assolti in appello, salvo uno che morì in carcere.
L’altro particolare, invece, riguarda due altri socialisti casertani: il primo fu il professore Vittorio Giordano di Capua, che ospitò Francesca Serio per tutto il periodo del processo. Il secondo, Vincenzo Chirico, padre della professoressa universitaria Maria Luisa Chirico, all’epoca sindaco di Frignano, che a Salvatore Carnevale intitolò la locale sezione del Psi.
Un’ultima nota giusto per i cultori di storia: Francesca Serio morì nell’obblio e nella solitudine il 16 luglio 1992, all’età di 89 anni.
Ma non è questo, naturalmente, l’unico fatto storico riconducibile alla lunga e brillante vita e carriera dell’avvocato Giuseppe Garofalo. Altri cento ce ne saranno. Con una sola avvertenza: se noi giornalisti ce li mettiamo a raccontare, occhio agli errori. (Nelle foto: a sinistra, un giovane Sandro Pertini alla deposizione del ceppo in memoria di Salvatore Carnevale; al centro l’avvocato Giuseppe Garofalo; a destra l’ex presidente della Repubblica Giovanni Leone)