L’Archeoclub non ci sta: “La distruzione dell’approdo borbonico è l’ennesima opportunità persa”

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“La distruzione del piccolo approdo di epoca borbonica, a Napoli, rappresenta l’ennesima opportunità persa. A questo punto è necessario condividere un tavolo tecnico operativo NAZIONALE composto anche da esperti e conoscenti del mondo dell’associazionismo perché, in fondo, sono coloro i quali più di tutti producono e promuovono valorizzazione e conoscenza. Quello che è accaduto rappresenta solo uno dei tanti eventi e fenomeni che possono potenzialmente accadere ed è necessario prevedere un vero e proprio piano Marshall di valorizzazione, promozione, ma principalmente di salvaguardia e, certamente, l’opportunità del Recovery fund è da non perdere. Un dato su tutti proveniente dal rapporto ISPRA evidenzia una stima dei Beni Culturali a rischio frane e alluvioni”. Lo ha dichiarato poco fa, Rosario Santanastasio Presidente Nazionale di ArcheoClub d’Italia commentando i fatti di Napoli.

“Conosciuta con il nome “Chiavicone” nella fine del 700 la foce della fogna principale cittadina era un fiumiciattolo che attraversava la lercia spiaggia del Chiatamone. Nell’800 il tratto del chiavicone fu interrato e fu realizzato l’arco a far da frangiflutti e a fine Ottocento, con la realizzazione di via Partenope, l’arco fu utilizzato come punto di appoggio di piccole barche di pescatori. L’approdo borbonico – ha proseguito Santanastasio –  quello vero, era a via Santa Lucia di cui non vi sono più tracce…Rammaricarsi il giorno dopo e lamentarsi del fatto che si poteva fare ma non si è fatto nulla! Le nostre radici si perdono e noi stiamo a guardare impotenti, ma così non può funzionare ed è inammissibile che la nostra memoria storica si perda. Sarebbe bastato poco per arginare e risolvere il problema, ma non si è fatto nulla ed ora c’è il solito scarica barile! Personalmente era un punto di riferimento, nel senso che quando potevo andavo a verificare il “malato” beh ora è caduto in guerra…perché le Istituzioni gli hanno fatto la guerra! Questo è stato il mio pensiero di primo acchito, ma va da sé che, al di là delle polemiche del momento, si deve andare oltre. Il tema è complesso, soprattutto non di semplice risoluzione, ma non per questo non da attenzionare e rivalutare solo e soltanto con le continue e costanti emergenze. Agire in emergenza o somma urgenza non è più sostenibile si deve prevedere e pensare ad una giusta pianificazione e riqualificazione che contempli anche la salvaguardia del bene”.

“L’Italia è uno straordinario museo all’aperto con 53 siti Unesco e oltre 200.000 beni architettonici, monumentali e archeologici. I Beni Culturali potenzialmente soggetti a fenomeni franosi sono 11.712 nelle aree a pericolosità elevata e molto elevata; raggiungono complessivamente 37.847 unità – ha concluso Santanastasio – se si considerano anche quelli ubicati in aree a minore pericolosità. I monumenti a rischio alluvioni sono 31.137 nello scenario a pericolosità media e raggiungono i 39.426 in quello a scarsa probabilità di accadimento o relativo a eventi estremi. Per la salvaguardia dei Beni Culturali, è importante valutare anche lo scenario meno probabile, tenuto conto che, in caso di evento, i danni prodotti al patrimonio culturale sarebbero inestimabili e irreversibili”.