CASERTA – di Antonio Arricale – La crisi idrica che affligge il Parco della Reggia di Caserta rimanda un po’ a quel detto popolare: mentre il medico studia, il malato muore. E non soltanto in senso figurato.
Le immagini di desolante aridità del prato unitamente alle vasche ridotte ad un putrescente acquitrino, così come cominciano a girare sui media, rischiano di infiggere un colpo mortale ad uno dei musei italiani statali più visitati e che, non a caso, dal 2016 si fregia dell’autonomia speciale concessa dal Ministero della cultura. Un complesso monumentale, per farla breve, che dal 1997 è inserito nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, e che quasi stabilmente, ormai, dal dopo Covid fa registrare una media di un milione di presenze all’anno.

Un Parco urbano, peraltro, assai imponente, che si estende su una superficie di 120 ettari, per una lunghezza di circa tre chilometri, e che è alimentato dal cosiddetto Acquedotto Carolino e, dunque, con la sua cascata, le sue vasche e fontane diventa foce artificiale della cosiddetta Via dell’acqua, capolavoro idraulico oltre che architettonico del genio vanvitelliano. Ché di questo, appunto, si parla: è il parco inaridito e assetato il grande malato in questione.
Vi è, infatti, che per la prima volta – in due secoli e mezzo di storia – la Via dell’acqua è a secco. O quasi. Ridotta a poco più di un rivolo da diversi fattori. In primis, dai mutamenti climatici e atmosferici – e non è il solito luogo comune – quindi dagli allacciamenti per usi civici e dai furti incontrollati, infine – ma è questo l’aspetto che li contiene tutti – da un’approssimativa e imprevidente gestione del Bene culturale.
Sia chiaro – spiegano, con dovizia di particolari, gli addetti ai lavori – le crisi idriche che mettono in sofferenza la Via dell’acqua si ripetono ciclicamente, ogni sei-sette anni, ormai. E, tuttavia, è la prima volta che si raggiunge un tale livello di siccità, con le condutture a secco o quasi. Certo il fenomeno andava previsto e, ovviamente, governato. “Come del resto aveva già fatto Marco Jacobitti, sovrintendente per ben 14 anni, sintesi perfetta di studioso e managerialità”, argomenta Enzo Zuccaro, ex funzionario e portavoce storico della Reggia, attualmente direttore del Museo archeologico nazionale del Sannio Caudino, dunque, di Montesarchio. Comune, peraltro, che con la Reggia ed il Parco ha ancora molto a che vedere, in definitiva.
È, infatti, dal territorio di Montesarchio, precisamente dalle falde del Taburno, dalle sorgenti del Fizzo, che arriva l’acqua che alimenta l’impianto vanvitelliano. “Falde che ora sono drammaticamente ridotte, al punto da creare problemi di razionamento idrico alle stesse popolazioni. Perché le sorgenti del Fizzo – spiega ancora Zuccaro – non alimentano soltanto i giochi d’acqua della Reggia, ma anche gran parte dei comuni della Valle Caudina”.

Insomma, da qualche anno sul Taburno non nevica. Men che meno è nevicato l’inverno scorso. Il problema è più serio di quanto si possa immaginare. Da far porre più di un semplice allarme. E nelle stanze dirigenziali della Reggia della carenza idrica si sapeva. Così, almeno si dice, magari sottovoce, nei corridoi del palazzo borbonico. Ci sarebbero addirittura relazioni in tal senso.
Dunque, il tempo per trovare una soluzione tampone – vien da pensare – in attesa magari di un intervento strutturale, volendo ci sarebbe stato. Del resto, lo aveva fatto – in tempi meno critici di quello attuale – appunto Jacobitti, sul finire del 1986 – una vita fa – pensando e facendo costruire un impianto di riciclo. “Impianto che assorbiva molta energia, ma che, alla bisogna – argomenta Zuccaro – svolgeva egregiamente il ruolo per il quale era stato costruito. E non solo per fronteggiare i periodi di siccità. Funzionò, per esempio, perfettamente il 9 luglio del 1994, quando la Reggia ospitò la cena di gala dei potenti del G7, ristabilendo la portata piena del flusso idrico nelle condutture, che diedero vita, nella circostanza, a giochi d’acqua e di luci che incantarono i componenti delle prestigiose delegazioni delle sette nazioni più industrializzate del mondo. Insomma – conclude Zuccaro – non si sarebbe dovuto inventare nulla di nuovo, semplicemente seguire la scia, con gli aggiornamenti tecnologici del caso, degli interventi strutturali già realizzati da altri”.
Invece no. In chi viene dopo prevale, al solito, l’orgoglio, la supponenza, la presunzione. Raramente la modestia di riconoscere i meriti degli altri. E, magari, prevale anche la semplice ansia di dover spendere i fondi che, peraltro, mai come con il Pnrr, questa volta ci sono. E in abbondanza. E così capita che, con le praterie ingiallite e le condutture a secco, lunedì prossimo – 4 maggio – scadranno i termini per partecipare alla gara di 25 milioni di euro per l’attuazione del progetto “Interventi di restauro e valorizzazione del complesso del Parco della Reggia di Caserta”.
Gara che comprende quattro componenti progettuali: recupero e valorizzazione delle Sorgenti del Fizzo e dell’Acquedotto Carolino; realizzazione di un nuovo sistema di irrigazione del Parco Reale e rigenerazione delle praterie; restauro, recupero e valorizzazione della Via d’acqua (fontane monumentali, peschiere, vasche e bacini); tutela e salvaguardia del Bosco storico e delle strutture architettoniche della Reale Tenuta di San Silvestro.
Verrebbe da dire, a stalla aperta e buoi scappati. Ma meglio tardi che mai. Anche se, in ogni caso, si tratta – a ben vedere – di interventi di maquillage, di facciata, che non risolvono il problema alla fonte. E cioè, non faranno certo nevicare sul Taburno, e nemmeno ripristineranno una semplice pompa a immersione che attinga da una vasca di accumulo per recuperare e riciclare una risorsa preziosissima che altrimenti finisce dispersa in fogna.
Del resto – che volete? – è più facile pensare che a monte della malattia idrica del Parco ci siano le centinaia e passa di allacci che nessuno controlla per eventuali abusi, ma che sono perfettamente legali, pagando i fruitori un regolare canone di emungitura. Oltre, naturalmente, al furto d’acqua di quel contadino un po’ fessacchiotto (e chissà quanti altri come lui) che ha fatto con il tubicino da due centimetri di diametro e che ora rischia conseguenze penali che nemmeno osiamo pensare.
E tutto questo – se mi permettete – invece che alla secchia rapita, mi fa pensare alla storia del saggio che indica la luna, ma tutti quanti si attardano a guardare il dito.
2. Fine.
In foto: il parco della Reggia di Caserta, la direttrice Tiziana Maffei e l’ex sovrintendente Marco Jacobitti