IN MEMORIAM – La lezione di Nogaro, il sicomoro e la responsabilità dell’informazione

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Antonio Arricale – C’è un’immagine che oggi ritorna con forza, almeno alla mia mente, mentre Caserta saluta mons. Raffaele Nogaro nel suo Duomo: quella del sicomoro.

Un albero antico, capace di attraversare i millenni portando con sé un messaggio di vita, di resistenza, di verità. Fu lui stesso – ancora nel pieno delle sue funzioni di vescovo della città – a evocarlo a noi giornalisti, nel giorno di San Francesco di Sales, patrono della categoria, in uno di quei consueti incontri annuali con la stampa. Non ricordo esattamente l’anno, ma ho la piena consapevolezza che quella citazione del passo evangelico non era, né fu mai per lui, un ornamento retorico: semmai una bussola.

Il sicomoro, nelle tradizioni bibliche ed egizie, è albero di rinascita, di protezione, di nutrimento. Un albero che non si impone, ma offre. Che non svetta per vanità, ma per servizio. È l’albero su cui sale Zaccheo per vedere più lontano, per guardare oltre la folla e oltre sé stesso. È l’albero che accoglie, che custodisce, che resiste.

Forse mons. Nogaro lo amava perché in quel tronco nodoso e generoso vedeva un’immagine del suo ministero: un pastore che non cercava l’altezza del potere, ma la profondità dello sguardo. Che non temeva di esporsi, di denunciare, di difendere gli ultimi, anche quando questo significava andare controcorrente. Che sapeva che la verità non è mai neutrale, ma sempre incarnata.

E allora il richiamo al sicomoro, rivolto ai giornalisti, suonava come un invito esigente: salire più in alto per vedere meglio; scendere più in basso per ascoltare davvero. Non accontentarsi della superficie, non lasciarsi trascinare dal rumore, non confondere la velocità con la profondità. Coltivare, invece, la pazienza dell’indagine, la responsabilità della parola, la cura per ciò che è fragile.

In un tempo in cui l’informazione rischia di diventare un flusso indistinto, il sicomoro ci ricorda che il giornalista è chiamato a essere ombra e riparo, ma anche altezza e prospettiva. A offrire frutti che nutrono, non scarti che avvelenano. A essere ponte tra mondi, come quell’albero che univa terra e cielo nelle antiche cosmologie.

Oggi, mentre la città rende omaggio a mons. Nogaro, quel simbolo torna a parlarci. Forse il modo più autentico per ricordarlo è proprio questo: continuare a salire sul sicomoro, ogni giorno, con umiltà e coraggio. Cercare la verità non come possesso, ma come servizio. E restituire alla comunità uno sguardo più ampio, più umano, più giusto.

Perché un albero vive finché qualcuno ne custodisce il seme. E un’eredità vive finché qualcuno la mette in pratica.