CASERTA – Antonio Arricale – Una montagna di denaro pubblico per sostenere le politiche attive del lavoro in una Regione che di lavoro ha fame vera. Fame cronica. Fame strutturale. E che in provincia di Caserta – strozzata da una deindustrializzazione incessante, un’agricoltura marginalizzata, una presenza criminale pervasiva e una classe politica spesso inadeguata – assume i contorni di un’emergenza sociale permanente. Solo che, ancora una volta, la montagna ha partorito un topolino. Ben nutrito, certo. Ma sempre un topolino.
L’ultimo capitolo di questa lunga storia ruota attorno alla formazione professionale, incardinata nel più ampio alveo delle cosiddette politiche “attive” del lavoro. Politiche che, almeno sulla carta, dovrebbero aumentare l’occupabilità dei disoccupati. Nella pratica, invece, aumentano soprattutto i redditi di chi la formazione la gestisce. E che redditi, verrebbe da dire, osservando il fiume di risorse pubbliche che alimenta il sistema.
IL PROGRAMMA E I SOLDI
Partiamo dai numeri e dalle sigle, quelle che gonfiano le aspettative e legittimano l’azione politica, ma che troppo spesso nascondono l’ennesima manovra di redistribuzione clientelare.
Il Programma GOL – Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori, finanziato con fondi del PNRR (Next Generation EU) sulla carta è uno degli interventi più ambiziosi mai messi in campo.
La Regione Campania ha programmato 119,4 milioni di euro per la sola prima annualità, con l’obiettivo dichiarato di riformare radicalmente il sistema delle politiche attive: orientamento, riqualificazione, accompagnamento al lavoro, inserimento occupazionale. Un cambio di paradigma, almeno nelle intenzioni.
Ma tra il dire e il fare, come spesso accade, si è infilato il solito sistema. Politico e clientelare.
Perché nella realtà campana – e casertana in particolare – il GOL si è trasformato rapidamente in una misura di sostegno al reddito mascherata, ben lontana dagli obiettivi fissati nei Piani di Attuazione Regionali. Altro che occupabilità: per migliaia di beneficiari il risultato concreto è un assegno mensile da 500 euro per sei mesi, spesso sganciato da qualsiasi reale attività formativa o prospettiva occupazionale.
I TIROCINI CHE NON FORMANO
Formalmente si tratta di tirocini formativi. Sostanzialmente, molto spesso, di tirocini fantasma. Perché quei percorsi dovrebbero essere organizzati e seguiti da Comuni, Province, enti locali, istituti scolastici. Ma questi enti, nella maggior parte dei casi, non hanno né la capacità né l’interesse a costruire veri percorsi formativi. E soprattutto non hanno alcun obbligo – né incentivo e nemmeno la possibilità giuridica – ad assumere.
Il risultato è un meccanismo perverso: il tirocinio esiste sulla carta; il beneficiario incassa il sussidio; l’ente ospitante ottiene manodopera gratuita o semi-gratuita; il sistema politico-amministrativo può rivendicare numeri; il politico si assicura il cliente al momento delle votazioni.
Insomma, tutto funziona. Tranne l’obiettivo finale: garantire l’occupabilità dei lavoratori.
A rendere il quadro ancora più opaco contribuisce un dato non secondario: l’accesso ai tirocini GOL avviene tramite i servizi sociali, che non tutti gli enti possiedono. La Provincia di Caserta, ad esempio, non dispone di servizi sociali, eppure ciò non le ha impedito di attivare propri tirocini. Un’anomalia che meriterebbe ben più di una spiegazione burocratica. E la Provincia di Caserta è l’ente di cui monarca assoluto – al di là del proconsole Colombiano – è il consigliere regionale Giovanni Zannini.
CASERTA, LABORATORIO DEL GOL PERMANENTE
Ed è proprio in provincia di Caserta che il Programma GOL ha assunto dimensioni tali da superare ampiamente la fase sperimentale, diventando strutturale. (Vedi tabella a parte).
I numeri parlano chiaro: oltre 540 tirocini attivati tra Ente Provincia e Comuni, con una diffusione capillare sull’intero territorio e picchi che in alcuni casi superano quelli di interi ambiti territoriali regionali.
Un dato che, da solo, racconta molto più di qualsiasi comunicato ufficiale.
Perché se l’obiettivo fosse davvero l’inserimento lavorativo, numeri di questo tipo dovrebbero tradursi in contratti, stabilizzazioni, occupazione reale. Invece raccontano un’altra storia: quella di un bacino di forza lavoro precaria utilizzata come supplenza amministrativa permanente.
I tirocinanti finiscono negli uffici comunali – quando vi finiscono -, nei servizi sociali, nella manutenzione leggera, nel supporto amministrativo. Svolgono mansioni reali, coprono carenze strutturali di personale, tengono in piedi uffici che altrimenti collasserebbero. Ma al termine del percorso, il nulla.
Il caso di Cesa, con oltre cento tirocini attivati, è emblematico. Ma non è un’eccezione. È un modello.
CHI VINCE E CHI PERDE
Qui sta il nodo politico-amministrativo che nessuno vuole affrontare.
Il Programma GOL, così com’è applicato, non crea lavoro stabile. Ma alimenta una filiera che funziona alla perfezione per tutti gli attori coinvolti, tranne che per i beneficiari finali:
- i Comuni ottengono forza lavoro a costo quasi zero
- i soggetti promotori garantiscono continuità economica alle proprie strutture
- la Regione può rivendicare target e numeri
- la politica locale gestisce consenso
I tirocinanti, invece, restano in attesa. E spesso rientrano nel circuito al giro successivo, perché per entrare nel primo bisogna affrontare una selezione, nella quale pesano gli attestati: l’Isee, l’anzianità di disoccupazione, scartoffie varie, molto rigide formalmente, ma facilmente superabili.
La domanda che nessun bando pone mai, tuttavia, è sempre la stessa: quanti di questi oltre 540 tirocini si trasformano in un contratto vero? La risposta, nei fatti, è desolante. Nessuno.
LA PRECARIETÀ ISTITUZIONALIZZATA
Così il Programma GOL, nato per spezzare il circolo vizioso della precarietà, finisce per istituzionalizzarla. La rende ordinaria, ripetibile, persino presentabile come buona pratica.
Un sistema che non corregge le fragilità del mercato del lavoro, ma le amministra, le diluisce nel tempo, le monetizza politicamente.
E finché nessuno avrà il coraggio di entrare nel cuore del meccanismo – chi decide, chi firma, chi incassa – il GOL continuerà a funzionare perfettamente. Per la politica. E per i formatori. Ma non per creare lavoro.
Nelle foto, l’ex presidente della Regione De Luca, il logo del GOL e l’attuale presidente della Regione Roberto Fico