Antonio Arricale – Se fosse confermata – anche solo sul piano delle intenzioni – l’ipotesi di una commissione d’accesso al Comune di Gricignano di Aversa, la domanda non sarebbe se il provvedimento sia legittimo, ma perché arrivi lì e non altrove. E soprattutto: con quale logica.
Da ore circola un brusio insistente: commissione d’accesso in arrivo. Nulla di ufficiale, nessun atto formale, solo quel rumore di fondo che, in questa provincia, anticipa spesso mosse istituzionali già mature. Ma proprio questo rende il quadro più inquietante. Perché se davvero si muove qualcosa, la direzione appare rovesciata.
In provincia di Caserta non mancano certo realtà che avrebbero fornito, da tempo, materiale abbondante per misure di polizia amministrativa. Anzi: ce ne sono fin troppe. Comuni, enti, organismi intermedi che da anni vivono sotto il peso di indagini, arresti, scandali contabili, voragini finanziarie, rapporti opachi tra politica, affari e – talvolta – criminalità organizzata.
Eppure, proprio lì, tutto resta fermo.
Il caso di Castel Volturno è emblematico: un territorio segnato da inchieste reiterate, da un contesto sociale fragile, da una pressione criminale storica e documentata. Eppure nessun segnale concreto di intervento interdittivo. Lusciano, trasformata nel tempo in un laboratorio permanente di speculazione edilizia, con un consumo di suolo che grida vendetta e rapporti di potere mai realmente recisi. Anche qui: silenzio.
Poi c’è la Provincia di Caserta, da almeno un decennio epicentro di scandali politici e amministrativi, travolta da inchieste che hanno messo a nudo un sistema di gestione del potere tutt’altro che fisiologico. E ancora: l’Idrico di Terra di Lavoro, simbolo plastico di come cattiva amministrazione e politica affaristica possano produrre buchi finanziari mostruosi senza che nessuno paghi davvero. E l’elenco è ancora lungo.
Di fronte a tutto questo, l’impressione è devastante: le Procure corrono, l’autorità tutoria cammina… quando non si ferma del tutto.
La magistratura inquirente lavora. Scava, indaga, sequestra, arresta. Spesso in solitudine, spesso tra mille ostacoli. Ma quel lavoro – che dovrebbe costituire la base fattuale per valutazioni amministrative altrettanto rigorose – non trova un naturale punto di caduta negli uffici della Prefettura, in piazza Vanvitelli. Come se tra i diversi corpi dello Stato mancasse una lingua comune. Come se ognuno procedesse per conto proprio, senza una visione condivisa di tutela dell’interesse pubblico.
Il risultato è una stonatura istituzionale che mina la fiducia dei cittadini. Perché la commissione d’accesso non è una sanzione politica, né uno strumento discrezionale da usare a geometria variabile. È – o dovrebbe essere – un presidio estremo di legalità, attivato quando l’amministrazione di un ente mostra segnali gravi e strutturali di compromissione.
Quando invece questi segnali vengono ignorati nelle realtà più compromesse e ipotizzati in contesti dove – allo stato degli atti – non emergono elementi altrettanto macroscopici, il messaggio che passa è pericoloso: non esiste una linea chiara, non esiste una ratio leggibile, non esiste una coerenza istituzionale.
E allora la domanda diventa politica, prima ancora che amministrativa: chi decide dove guardare e dove no?
Con quali criteri? E soprattutto: chi tutela davvero i cittadini quando i livelli dello Stato smettono di parlarsi?
Perché uno Stato che indaga senza che l’altro Stato agisca non è uno Stato forte. È uno Stato diviso. E quando le istituzioni procedono in ordine sparso, il vuoto non resta mai tale: qualcuno lo occupa. Ed è sempre lo stesso qualcuno.
Nelle foto, da sinistra in alto: Vittorio Lettieri, Marco Valentino, Giovanni Zannini, Lucia Volpe; in basso, da sinistra: Pasquale Marrandino, Matteo Piantedosi, Anacleto Colombiano e Pasquale Di Biasio