ROMA – di Antonio Arricale – La partita sarebbe stata chiusa già sabato scorso, al corteo per Gaza, se Giovanni Donzelli non ci avesse messo lo zampino.
Vincenzo De Luca, presidente uscente della Regione Campania, avrebbe fatto un passo di lato – come usa dire oggi – concorrendo alle regionali come semplice consigliere, sia pure con una lista di appoggio al candidato del campo largo – in questo caso, il 5Stelle Sergio Costa – avendosi assicurato per il figliolo Piero, deputato Pd, una posizione di ruolo. Nell’ordine, tra le possibili: capogruppo a Montecitorio (al posto di Chiara Braga), responsabile del Mezzogiorno del Pd (in sostituzione di Marco Sarracino), coordinatore di segreteria (in sostituzione di Marta Bonafoni).
E, invece, a rimescolare le carte, dal cappello a cilindro del prestidigitatore di Fratelli d’Italia – il partito della premier che più di ogni altro sei era speso per impugnare la legge elettorale campana davanti alla Corte Costituzionale – è uscita, a sorpresa, la proposta di rimuovere proprio il limite del terzo mandato.
Ovviamente, che di boutade si trattasse è stata immediatamente chiara ai più attenti osservatori, e per molte ragioni. La principale delle quali, la mancanza di tempo: dovendosi procedere necessariamente ad una modifica della legge per via ordinaria. Senza scorciatoie.
E, però – come spesso capita tra politici inclini più a spargere parole che fatti – la suggestione del terzo mandato è andato via via a prendere il posto del confronto politico e soprattutto del buon senso. E ciò, indipendentemente, dalle parole ribadite, nel corso di una riunione preliminare a Montecitorio, dal ministro Francesco Lollobrigida, in attesa del tanto auspicato tavolo con Giorgia Meloni (che però tarda a convocare) per dirimere, appunto, la questione delle elezioni regionali. Dunque: “Il terzo mandato sarebbe micidiale per il Pd in Campania”, avrebbe detto l’ex cognato della premier.
Cosa, peraltro, che è puntualmente avvenuta – nel senso di gettare scompiglio – ma non soltanto a sinistra, né soltanto in Campania. L’argomento del terzo mandato, infatti, rimette in moto le discussioni in Veneto, dove Luca Zaia stava quasi per farsene una ragione di dover rinunciare all’aspirazione di essere intronato Doge a vita. Ma anche in Puglia, dove Michele Emiliano è dato in difficoltà, mentre Antonio Decaro, pronto a prenderne il posto, più in forma che mai e già con i motori accesi. Ma anche regioni come Marche e Valle d’Aosta, dove di far slittare la date delle elezioni (che anzi vorrebbero tenere già a fine settembre, altro che dare tempo) non se ne parla proprio.
Non solo. Il terzo mandato è tutt’altro che argomento neutro. Comporta la levata degli scudi anche dei sindaci, che come ha ricordato Clemente Mastella, si ritroverebbero da soli e forse anche incostituzionalmente la strada sbarrata dal limite del terzo mandato, oltre che dall’obbligo di doversi dimettere per candidarsi alla regione. E, dove, anche in questo caso, la norma varia da regione a regione: in Puglia, per esempio, bisogna dimettersi 180 giorni prima della scadenza del Consiglio regionale. Norma su cui è chiamata a pronunciarsi, il 9 luglio prossimo, sempre la Corte Costituzionale.
Ne viene fuori, dunque, un quadro a dir poco ingarbugliato – e se questo era l’intento è perfettamente riuscito – che rischia di far perdere la rotta e, forse, in più di un caso, anche il paniere oltre che Filippo. Ed è questo, soprattutto, il motivo per il quale il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, in cui interessi politici non coincidono, in tutta evidenza, con quelli di De Luca, fa appello al buon senso rifuggendo motivi di distrazione: “Bisogna fare il nome del candidato – dice – le elezioni sono dietro l’angolo”. Lui, però, pensa sempre e solo a Roberto Fitto.
Nella foto, incontro a Roma tra Elly Schlein e Vincenzo De Luca (alle spalle si intravede Piero De Luca)