Siamo garantisti. Da sempre. E come tali rinnoviamo la nostra fiducia nella magistratura e nelle forze dell’ordine, senza tentennamenti né convenienze. È una posizione di principio, convinta, non di circostanza e dunque a corrente alternata.
Detto questo, una riflessione è inevitabile.
Da osservatori, infatti, il pensiero inevitabilmente va a Giovanni Zannini – che non è un nostro amico – e soprattutto a ciò che gli ruota intorno: ai duecento amministratori che in questi anni hanno condiviso con lui tavoli, ruoli, scelte, relazioni. Dove sono finiti? Perché questo silenzio assordante? Perché nessuna dichiarazione, come mai non si registra nessuna presa di posizione, neppure una parola?
Pensiamo a quanti – appena qualche mese addietro – festeggiavano la sua vittoria. Pensiamo, giusto per fare qualche nome, a Tommaso De Simone, presidente della Camera di Commercio; al vertice di Confindustria (ma anche l’ex presidente Schiavone era suo amico); a tutti gli imprenditori a lui vicini; ad Antonio Luserta; ai presidenti e consiglieri dei CDA da lui insediati; ai rappresentanti dei Consorzi; al presidente della Provincia Colombiano; ai colleghi consiglieri regionali; ai nuovi alleati del centrodestra.
Tutti muti?
Neppure un cenno di solidarietà. Neppure una frase di garanzia o un gesto di cautela istituzionale.
A questo punto, la domanda non è giudiziaria. È politica, morale, pubblica.
Il garantismo vale solo quando conviene? La responsabilità istituzionale si esercita solo quando non costa nulla?
Perché il silenzio, in certi momenti, non è prudenza. È una scelta chiara e ineluttabile.
Nelle foto: il presidente della Camera di commercio Tommaso De Simone con Giovanni Zannini, il presidente della Provincia di Caserta Anacleto Colombiano, l’ex presidente di Confindustria Beniamino Schiavone e l’imprenditore delle cave Antonio Luserta