Antonio Arricale – In queste settimane il dibattito pubblico è monopolizzato dalla separazione delle carriere dei magistrati. Tra poco più di dieci giorni gli italiani voteranno nel referendum confermativo e sembra che il destino della Repubblica dipenda solo da questo.
Bene discuterne. È giusto che il popolo decida. Ma nel frattempo resta una domanda molto più semplice – e molto più scomoda: chi separa la politica dalla corruzione?
Proprio oggi la Corte dei Conti pubblica dati che dovrebbero far tremare i palazzi della politica. A fine 2024 risultano 1.383 procedure tra dissesti e riequilibri finanziari nei Comuni italiani: 795 dissesti e 588 riequilibri. Coinvolti 1.001 Comuni e oltre 8 miliardi di debiti.
Il dato più impressionante è geografico: 880 procedure concentrate tra Sicilia, Calabria e Campania.
Eppure il dibattito politico scorre tranquillo. Nessuno parla di responsabilità politiche. Nessuno parla di corruzione. Quasi che i dissesti dei Comuni siano un fenomeno naturale.
In realtà dietro quei numeri c’è spesso la stessa miscela: clientelismo, appalti opachi, spesa facile e incapacità amministrativa.
E qui sta il paradosso. Mentre la politica chiede di riformare la magistratura, non riforma sé stessa. Il livello medio di molti consigli comunali – solo per limitarci al primo gradino della scala gerarchica delle istituzioni – è precipitato negli inferi: fragilità culturale, impreparazione tecnica, improvvisazione permanente.
Intanto l’Italia resta 52esima su 182 Paesi nell’indice di percezione della corruzione di Transparency International. Un miglioramento che si è fermato, proprio dove il problema è più evidente: appalti pubblici e amministrazioni locali.
Discutiamo pure dei magistrati. Ma prima o poi qualcuno dovrà affrontare la riforma che manca da decenni: separare davvero la politica dalla corruzione. Diversamente sarà la politica ad essere separata dalla gente. Come del resto già avviene.
Nelle foto: Giorgia Meloni, Elly Schlein, il procuratore Nicola Gratteri, Giuseppe Conte, Fulvio Martusciello, Gianpiero Zinzi, Edmondo Cirielli e il giudice di Corte d’Appello di Napoli Natalia Ceccarelli