Antonio Arricale – Primo Maggio. Ha ancora senso celebrare la Festa del lavoro nell’epoca dell’intelligenza artificiale? La domanda non è provocatoria, ma inevitabile. Perché il lavoro, così come lo abbiamo conosciuto nella modernità, è stato molto più di un mezzo di sostentamento: è diventato il fondamento della dignità umana, il perno dell’inclusione sociale, il cuore del patto democratico.
Eppure, non è sempre stato così. Per secoli il lavoro è stato sinonimo di fatica imposta, subordinazione, perfino schiavitù. Solo con le grandi trasformazioni industriali e sociali è diventato strumento di emancipazione. Ma oggi quella conquista rischia di essere rimessa in discussione. L’irruzione dell’intelligenza artificiale riapre una frattura storica: chi controlla la tecnologia e chi ne subisce gli effetti.
Il rischio – beninteso – non è la scomparsa del lavoro in sé, ma la sua trasformazione in qualcosa di nuovo e potenzialmente regressivo: meno autonomia, più controllo, meno valore umano. Un lavoro che torna ad essere mera esecuzione, mentre le decisioni si spostano altrove, negli algoritmi, peggio, nei Grandi Sacerdoti che li governano.
Trovo, allora, estremamente pertinenti le parole di Renato Brunetta – economista di formazione socialista-liberale e attuale presidente del Cnel – che invita a costruire un nuovo patto sociale. Non un adattamento passivo, ma una scelta politica e culturale. Insomma, l’AI non può essere lasciata al mercato né alla tecnica: deve diventare oggetto di contrattazione, di regole condivise, di partecipazione.
La tradizione dell’economia civile, da Antonio Genovesi in poi, offre una bussola ancora attuale: l’economia come strumento di coesione, non di esclusione. È questa la “cassetta degli attrezzi” da cui ripartire.
Il Primo Maggio, allora, non perde senso. Semmai lo acquista. Non celebra ciò che è stato, ma interroga ciò che sarà. Perché la vera sfida non è difendere il lavoro com’era, ma impedire che torni a essere ciò che è stato: subordinazione senza dignità.