NAPOLI – Antonio Arricale – Se non fosse stato fermato prima dal suo partito e poi dalla Consulta, Vincenzo De Luca avrebbe proseguito indisturbato la sua campagna elettorale più efficace: quella fatta di scelte d’investimento ad uso e consumo.
Un taglio di nastro al giorno, con soldi pubblici destinati a opere programmate e tenute nel cassetto, pronte da esibire al momento opportuno. La sceneggiatura perfetta del De Luca-bis (anzi, del De Luca-tris): costruire per mostrare, più che per risolvere.
E così, mentre la sanità regionale resta una voragine di inefficienze — ospedali al collasso e personale allo stremo — il governatore sposta la sua macchina promozionale sulla formazione. L’ultima trovata: il nuovo Distretto Audiovisivo inaugurato a Bagnoli, nell’ex area della Nato. Un centro per formare tecnici, sceneggiatori e registi. In teoria un segnale positivo, in pratica un’altra passerella. Perché anche qui il rischio è quello di costruire un contenitore scintillante senza contenuti: un luogo per imparare a fare film che nessuno andrà a vedere.
I numeri, del resto, parlano chiaro. La Film Commission Campania, nata nel 2005 per attrarre produzioni e promuovere il territorio, ha cofinanziato oltre duemila titoli. Ma i risultati economici non brillano: le co-produzioni più importanti – quasi tutte firmate dal pur bravo Mario Martone – su una decina di milioni investiti hanno generato incassi per due o tre milioni.
Si dirà: è il prezzo della cultura, che tutti invocano ma pochi praticano. Già, ma anche qui vale la regola che il denaro pubblico serve spesso più a finanziare il rito che il risultato. E Napoli, in questo, non fa eccezione a Roma, dove i fondi pubblici tengono in vita una marea di film che al botteghino non coprono nemmeno il costo dei manifesti.
Eppure, l’ultimo grande successo italiano premiato con l’Oscar, La vita è bella, non nacque da una Film Commission ma dall’iniziativa privata: Elda Ferri e Gianluigi Braschi produssero con la Cecchi Gori Group e la Melampo Cinematografica. Lo Stato, allora, diede una mano; non costruì un centro di formazione per dire di averlo fatto.
Insomma, se davvero si vuole parlare seriamente di formazione – e in questo, almeno per esperienza, l’assessora Lucia Fortini è ormai un’autorità – bisognerebbe avere il coraggio di ragionare sui bilanci e sui risultati conseguiti. E, a monte, affidare incarichi con trasparenza e per competenza.
Solo così si restituirebbe al settore la dignità che merita, in luogo di quella sorta di pascolo abusivo che la cronaca puntualmente ci consegna. Perché i fondi pubblici devono tornare ai cittadini come valore aggiunto, non servire a finanziare figli, parenti, amici e amanti con incarichi spesso inventati. (Nella foto il padiglione del Distretto audiovisivo. Nei riquadri Vincenzo De Luca e Lucia Fortini)




