CASERTA – Antonio Arricale – I mali non vengono mai da soli. E quando arrivano, spesso non fanno rumore: si presentano sotto forma di decreti, nomine, atti formalmente impeccabili. È esattamente ciò che sta accadendo alla Reggia di Caserta, uno dei più grandi complessi monumentali d’Europa, patrimonio UNESCO, macchina turistica da oltre un milione di visitatori l’anno, simbolo culturale che dovrebbe rappresentare l’eccellenza italiana nel mondo. E invece, a guardare la nuova governance, la sensazione è sconfortante.
Il nuovo Consiglio di Amministrazione, nominato dal ministro della Cultura Alessandro Giuli (FdI), è composto da Paolo Santonastaso, Nicolina Virgilio, Marianna Pignata e Raffaele Caterina.
Nomine legittime, certo. Dietro le quali, tuttavia, non è difficile scorgere i suggerimenti di Gimmi Cangiano, aduso a muoversi più tra nani e ballerini che tra cime innevate. E poi magari ci si chiede anche perché il suo partito stenti a decollare, pure in condizioni politico-sociali che più favorevoli non potrebbero essere. Ma non deviamo. Il punto è proprio questo: la legittimità non basta.
Per un’istituzione di questo rango ci si aspetterebbe personalità di caratura internazionale, manager culturali abituati a governare sistemi complessi, figure capaci di dialogare con i grandi musei europei, con i circuiti globali del turismo, con i fondi e le reti che contano davvero. Qui, invece – fatti salvi i rappresentanti istituzionali espressi dal MEF e dal Consiglio Superiore dei Beni Culturali – il criterio dominante sembra un altro: l’equilibrio politico, territoriale, interno. Tutto tranne l’ambizione.
Il risultato è un CdA che non trasmette visione, non sprigiona autorevolezza, non manda alcun segnale di salto di qualità. Un CdA pensato per amministrare l’esistente, non per rilanciare. Per tenere in piedi la macchina, non per farla correre. E questo, per un gigante come la Reggia, equivale a una forma elegante di declino.
Il quadro si completa – e peggiora – se si guarda alla direzione uscente. Tiziana Maffei è a fine mandato e, al netto di qualche numero positivo sui visitatori, non lascerà molti rimpianti. La sua gestione non ha prodotto una visione forte, riconoscibile, internazionale: nessun progetto simbolo, nessuna svolta strutturale, nessun posizionamento chiaro nel grande racconto culturale europeo. La Reggia ha vissuto di rendita, della sua bellezza e del suo richiamo naturale. Non di una strategia.
Ed è questo l’aspetto più grave: la Reggia continua a essere trattata come un grande monumento locale, quando dovrebbe essere governata come una piattaforma culturale globale, capace di produrre economia, ricerca, diplomazia culturale, soft power. Invece, ancora una volta, prevale il provincialismo mascherato da amministrazione ordinaria.
In un Paese serio, una Reggia così sarebbe guidata dai migliori. Qui, invece, ci si accontenta. E quando ci si accontenta, il declino non arriva per forza con uno scandalo: arriva piano, silenzioso, sotto forma di normalità.
Nelle foto: Alessandro Giuli, Gimmi Cangiano, Tiziana Maffei e uno scorcio della Reggia di Caserta