di Antonio Arricale – Le Regioni – intese non come territori, ma come enti politici – non solo hanno contribuito a mandare in rovina l’Italia, ma hanno anche guastato la minestra della politica. Un piatto che, seppur imperfetto, aveva almeno una grammatica, un ordine, un senso.
Può non piacere, ma è con la nascita delle Regioni che inizia il disastro economico del Belpaese. Un dato per tutti.
Dal 1970, anno dell’istituzione delle Regioni, il debito pubblico italiano è passato dal 37% al 135% del PIL nel 2024. Un’escalation che ha assunto i contorni dell’emergenza strutturale. A giugno scorso, secondo Bankitalia, il debito ha toccato il massimo storico: 3.070,7 miliardi di euro. Un incremento mensile di circa 18 miliardi. Un dato che non è solo tecnico, ma politico: è il prezzo di un sistema che ha moltiplicato centri di spesa, duplicato funzioni, e disperso responsabilità. Senza, peraltro, ridurre il divario nord-sud, che pure aveva cominciato a vedersi nel decennio precedente.
Ma non finiscono qua i guasti del regionalismo, cui si imputa – almeno a mio modo di vedere – il raggiungimento di un degrado politico che fa rimpiangere gli anni più bui della Repubblica, che pure non sono mancati.
Il regionalismo, infatti, ha aperto le porte ai cacicchi, trasformando i partiti in feudi personali. Le regole di selezione, il ricambio, i limiti di mandato – un tempo garantiti dalla vita interna dei partiti – sono evaporati. Oggi assistiamo a una politica che ha perso il senso del decoro, della grammatica istituzionale, e della responsabilità.
Il caso Campania è emblematico: consiglieri uscenti e leader locali si affannano per mantenere privilegi, mentre il dibattito pubblico si riduce a una farsa. Ma il fenomeno, purtroppo, non è circoscritto alla nostra Regione è nazionale: Veneto, Puglia, Toscana, e altre regioni replicano lo stesso copione, con varianti locali ma medesima sostanza.
E c’è un aspetto, in questo scenario, che inquieta non poco: il silenzio assordante del centro.
Infatti, con l’autunno alle porte e le scadenze elettorali ancora nebulose, il potere centrale tace. Rinvia, tergiversa, e così facendo cede ulteriore potere ai cacicchi. Il risultato? Una politica che si autoalimenta, che teme la partecipazione, e che forse la scoraggia deliberatamente.
Ovviamente, c’è del paradosso in questa lettura: il regionalismo doveva avvicinare il cittadino alle istituzioni. Ha finito per allontanare le istituzioni dal cittadino.
Nelle foto, da sinistra: Vincenzo De Luca, Michele Emiliano, Luca Zaia, Eugenio Giani