EDITORIALE / Garantismo paralizzato e corruzione dilagante. Il caso Marrandino, difeso dai “tifosi” contro la magistratura, rivela il SISTEMA CASERTA

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Antonio Arricale – Siamo arrivati a un paradosso: mentre tutti si riempiono la bocca di “garantismo”, la corruzione continua a scorrere indisturbata nelle vene del Paese. E non basta invocare la presunzione di innocenza – principio sacro e intoccabile della nostra Costituzione – per fingere che oggi tutto stia funzionando come dovrebbe.

Per anni abbiamo assistito agli eccessi del giustizialismo: manette facili, conferenze stampa usate come sentenze, giornali trasformati in tribunali improvvisati. Oggi, però, viviamo l’estremo opposto: un garantismo sedativo, che più che tutelare i diritti tenta di paralizzare l’azione giudiziaria. Un sistema che rende difficile reagire persino quando le condotte appaiono evidenti, documentate, quasi scolpite nelle carte.

Il caso del sindaco di Castel Volturno, Pasquale Marrandino (che, sia chiaro, per noi resta innocente fino a prova contraria) è emblematico: uno specchio fedele del contesto. Intercettazioni, affari sui rifiuti, un ecosistema politico e sociale in cui opacità e complicità sono diventate normalità. Con la normativa di ieri sarebbero scattate misure immediate. Oggi prevale una cautela che sfiora l’impotenza. Non è la legge a essere in discussione, ma il clima: un habitat in cui i meccanismi della corruzione si mimetizzano, si confondono, fino a diventare accettati, giustificati, perfino difesi. Un ambiente socio-culturale talmente assuefatto da ricalcare – senza troppi giri di parole – quel metodo camorristico in cui il “popolino” si espone per difendere il boss.

E non basta. Persino una parte del giornalismo, quello che dovrebbe vigilare, si è abbandonata al tifo. C’è chi difende l’indagato per appartenenza, chi per convenienza, chi per semplice conformismo. La cronaca si piega alla narrazione, il dubbio diventa una seccatura, e tutto si riduce a un brusio di fondo che non indigna più nessuno.

Il punto è semplice: non si può usare il garantismo come scudo per non vedere. La presunzione di innocenza va difesa con rigore, ma non può diventare l’alibi per tollerare una corruzione sistemica che logora istituzioni, economie e territori. È questa corrosione quotidiana – non l’azione delle procure – a indebolire la democrazia e a far arretrare il Paese.

Serve un equilibrio nuovo, meno ipocrita: tutelare i diritti degli indagati senza arrendersi di fronte a comportamenti che minano la fiducia collettiva. Perché un Paese che non punisce la corruzione, o che fa finta di non vederla, è un Paese che ha smesso di credere in sé stesso.

In foto: Pasquale Marrandino