Carlo Calenda espelle il consigliere regionale Pasquale Di Fenza per una bravata in aula. Una sceneggiata, certo, assolutamente da stigmatizzare, ma nulla di più di ciò che si vede ogni giorno nei consigli regionali italiani. E non solo.
Un gesto da censurare? Sì. Da punire con l’espulsione? Anche, non vi è dubbio. Ma solo se, contemporaneamente, si ha il coraggio di applicare lo stesso metro a chi è indagato su presunti rapporti tra politica e camorra, insomma, per associazione mafiosa.
Diversamente accade, infatti: Di Fenza fuori e Luigi Bosco dentro. Moralismo a senso unico.
In questa vicenda – a ben vedere – emerge tutta l’ipocrisia della classe politica italiana che, alla bisogna, per populismo, incoerenza, opportunismo si traveste da etica.
Calenda si erge a paladino della rettitudine, ma la sua coerenza si ferma dove iniziano gli equilibri di potere. Di Fenza viene sacrificato sull’altare della rispettabilità mediatica. Bosco, invece, resta.
Perché? Perché l’indagine è “solo un’indagine”? Perché serve tenerselo buono? Perché l’etica vale solo quando non costa nulla?
Calenda ama fare il professore, il censore, il chirurgo della politica. Ma il suo bisturi taglia solo dove fa comodo. Dove servirebbe davvero il coraggio — nel prendere le distanze da chi è sospettato di mafia — lì si tace, si tergiversa, si gioca di fioretto.
Non si può predicare rigore e praticare convenienza. Non si può espellere per una bravata e accogliere chi è nel mirino della magistratura per reati gravissimi. Questo non è moralismo, ripeto: è opportunismo travestito da etica.
Se Calenda vuole fare il duro, lo faccia davvero. Altrimenti è come tutti gli altri: l’ennesimo politico che predica bene e razzola male.
Nelle foto: Luigi Bosco, Carlo Calenda e Pasquale Di Fenza