EDITORIALE / Famiglie allo sbando: il tramonto dei valori tra apparenza e disillusione

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Antonio Arricale – In un’epoca in cui l’apparenza ha spodestato la sostanza, anche il ricordo dei defunti rischia di diventare un gesto vuoto. La Giornata dei Morti non è più occasione di raccoglimento familiare, ma tappa obbligata per una foto da postare: un modo per dire “ci siamo stati”, più che per sentire davvero. Eppure, proprio questo rito può diventare il punto di partenza per una riflessione più profonda: su chi siamo diventati, su ciò che stiamo perdendo.

Le famiglie, un tempo presidio di senso e sacrificio, oggi sembrano smarrite. I ruoli si confondono, le responsabilità si dissolvono. I genitori rincorrono un’eterna giovinezza fatta di selfie, aperitivi e serate da ballo, mentre i figli, più lucidi, osservano con disincanto. Il tempo non è più scandito dai doveri, ma dai capricci. Il sacrificio, che un tempo era fondamento, si riduce alla gestione del bilancio domestico, mentre si continua a spendere per svaghi e vino a go go.

Il ceto medio, un tempo motore della società, si abbandona a un consumismo scollegato dalla realtà. La parte sana di questa società cede il passo a figure rumorose e opportuniste. Nei settori pubblici, il clientelismo soffoca la meritocrazia. La politica non rappresenta più, ma si allontana: oltre metà degli italiani non vota, segno di una frattura profonda e dolorosa.

Le donne si sentono emancipate, con mentalità fuori sistema ma spesso si ritrovano sole. Gli uomini, troppo spesso immaturi o predatori, alimentano relazioni manipolatorie. Le coppie vivono crisi silenziose, figli di aspettative disilluse e dialoghi interrotti. Il sospetto ha preso il posto della fiducia, il silenzio quello della parola.

Eppure, la Giornata dei Morti ci ricorda che il tempo passa, che la vita finisce, che il legame con chi ci ha preceduto è ciò che ci rende umani. Recuperare il senso del dovere, della spiritualità – cattolica o laica – è oggi un’impresa titanica, ma necessaria. Forse il primo passo è proprio il silenzio, il raccoglimento, il ricordo. Un gesto semplice, ma rivoluzionario.

Perché una società che non si interroga, che non ricorda, che non costruisce ponti tra passato e futuro – questa sì – è una società che ha già smesso di vivere.