ROMA – a.a. – La legge elettorale dovrebbe essere il pilastro di ogni democrazia: dovrebbe servire a garantire rappresentanza ai cittadini, non a tutelare la convenienza dei partiti. Eppure, dalla nascita della Repubblica, quasi ogni maggioranza ha ceduto alla tentazione di cucirsene una addosso. Alla fine – beninteso – si è trovato sempre un compromesso, ma a pagare il conto sono stati spesso gli elettori, ai quali è stato sottratto, un pezzo alla volta, il diritto di scegliere.
Anche stavolta il copione si è ripetuto. Alla Camera è stato bocciato l’emendamento che avrebbe reintrodotto le preferenze, lasciando però inalterato l’impianto della riforma. Una correzione limitata, certo, ma sufficiente a restituire ai cittadini almeno una quota di sovranità nella scelta dei propri rappresentanti.
Ed è qui che la politica offre – al solito – uno spettacolo paradossale, in ogni caso difficilmente comprensibile. Le opposizioni, che da anni denunciano liste bloccate e parlamentari nominati dalle segreterie, hanno salutato addirittura con entusiasmo la bocciatura dell’emendamento.
Capiamoci: è legittimo respingere una riforma ritenuta sbagliata. Molto meno esultare, invece, per l’affossamento dell’unica modifica che avrebbe restituito agli elettori un minimo di potere decisionale.
Nella foto che pubblichiamo, si vede il deputato casertano Stefano Graziano festeggiare con particolare trasporto. E con lui tutto il Pd e l’opposizione. Verrebbe da pensare allora che, per qualcuno, il giudizio degli elettori continui a fare più paura di quello del capo partito. In fondo, per alcuni deputati, un posto nel listino deciso dalle segreterie è di gran lunga preferibile al giudizio e, dunque, al voto degli elettori.