(aa) C’è un contratto. E poi c’è il furore. Un concerto sinfonico trasformato in sceneggiatura tragicomica, dove la geopolitica balla il valzer con l’ipocrisia. Valery Gergiev, direttore d’orchestra russo, viene invitato, finanziato, annunciato e poi sbattuto fuori come un ospite indesiderato da un ricevimento in cui tutti avevano già brindato.
Da una parte Pina Picierno, paladina democratica in salsa europarlamentare, che chiede l’intervento del governo Meloni per far saltare il concerto voluto dal suo (nemico?) compagno di partito De Luca. Il PD vuole le bandiere dell’Ucraina, ma non le armi. Vuole la pace, ma non il silenzio. È contro Putin, purché non implichi problemi organizzativi.
Dall’altra la direttrice della Reggia, che pensando ai musei torinesi, annulla il cortile (ma non il cortile interiore) per non inimicarsi il Ministro Giuli, maestro di moralismo culturale e tensione selettiva. Gergiev? Fuori. I biglietti? Strappati. I contratti? Chissà.
Nel frattempo, tra finto pacifismo e sincera smania di apparenza, ci si dimentica il fulcro: la cultura. Che, come al solito, diventa bersaglio facile per battaglie ideologiche combattute con l’arroganza della messinscena. I musicisti? Comparse. Gli spettatori? Colpevoli di voler ascoltare.
È tutto paradossale, e non solo per Gergiev. Anche per Daniel Oren, il maestro dell’orchestra e del coro del Teatro Verdi di Salerno, di cui però non frega niente a nessuno, anche se è israeliano e probabilmente non inviso a Netanyahu. È il trionfo dell’ipocrisia vivente, dove ogni frase è una nota stonata e ogni posizione è una giravolta. La sinfonia non si esegue, ma si urla. La democrazia non si celebra: si usa. E in questa orchestra di contraddizioni, il primo violino è suonato da tutti e da nessuno.
Mentre il conto – perché infine resta pur sempre il conto da pagare, penali comprese – è sempre e soltanto pagato da noi.
Nelle foto, da sinistra: Valerij Gergiev, Vincenzo De Luca, Pina Picierno e Tiziana Maffei