CASERTA – Antonio Arricale – Da ente di pianificazione politico-territoriale di area vasta a ente inutile; poi ente di secondo livello, quindi centro di potere e di spesa, oggi teatro di polemiche permanenti.
La Provincia – come istituzione – da almeno quattro lustri è un oggetto politico non identificato, al centro di un dibattito continuo e spesso feroce che non ha risparmiato nulla del suo assetto. A partire dal meccanismo di selezione degli amministratori, ormai sottratti al voto diretto dei cittadini e affidati a un sistema di elezione indiretta attraverso i consiglieri comunali.
Un tema che torna prepotentemente d’attualità in vista del rinnovo del Consiglio della Provincia di Caserta, fissato per il primo marzo. Una consultazione che coinvolge i consiglieri comunali di 97 Comuni sui 104 assegnati all’ente: sette risultano infatti commissariati (Caserta, Marcianise, Calvi Risorta, Capodrise, Pignataro Maggiore, Portico e San Marco Evangelista). Ed è proprio qui che il sistema mostra una crepa tutt’altro che marginale.
La legge Del Rio del 2014 introduce il voto ponderato: non tutti i voti valgono allo stesso modo. Il peso del singolo consigliere comunale dipende dalla dimensione demografica del Comune che rappresenta. Tradotto: il voto di chi proviene da un grande centro conta molto più di quello espresso da un piccolo Comune. Un principio che, sulla carta, può anche apparire ragionevole.
Così il voto di un consigliere di Baia e Latina pesa 24, mentre quello di un consigliere di Aversa arriva a 276. La spiegazione è aritmetica prima ancora che politica: nel primo caso bastano poche decine di preferenze per essere eletti, nel secondo ne servono molte di più, in proporzione agli elettori chiamati a determinare il quoziente elettorale.
Il sistema si fonda su una suddivisione dei Comuni in fasce demografiche – cinque nel caso della provincia di Caserta, da meno di 3.000 abitanti fino a oltre 100.000 – alle quali corrispondono indici di ponderazione crescenti. O almeno, così dovrebbe essere.
Perché la progressione si inceppa proprio nel punto più delicato. I Comuni della fascia C, quelli tra 5.001 e 10.000 abitanti, si vedono attribuire un peso di 96, superiore a quello dei Comuni della fascia immediatamente successiva, la fascia D (10.001–30.000 abitanti), il cui indice scende a 90. Un’anomalia che rovescia il principio stesso della ponderazione.
Apriti cielo. I tecnici della Provincia di Caserta si sono affrettati a chiarire che non si tratterebbe di un errore, ma dell’applicazione rigorosa dello “spirito della norma”. La legge, spiegano, impone un tetto massimo del 35% per evitare che una singola fascia demografica possa determinare da sola l’esito delle elezioni.
Nel caso specifico, la fascia D rappresenta il 50,611% della popolazione provinciale. Proprio per questo motivo, il suo peso viene artificialmente ridotto fino al limite del 35%. Il risultato è un riequilibrio forzato che, nei fatti, altera la linearità del sistema.
Una spiegazione tecnica che non convince tutti. Perché, al netto delle formule, resta un dato politico: l’effetto finale è quello di rafforzare il ruolo dei Comuni di medie dimensioni, trasformandoli in un perno decisivo del voto. Comuni nei quali – coincidenza solo apparente – il controllo politico del consigliere regionale Giovanni Zannini risulterebbe ampio, se non pressoché totale.
E così, dietro il paravento della ponderazione, la matematica rischia di diventare uno strumento di potere.

Nelle foto: il presidente della Provincia di Caserta Anacleto Colombiano, il consigliere regionale Giovanni Zannini