NAPOLI – Ci sono campioni che appartengono al loro sport e campioni che, a un certo punto, riescono a scavalcarne i confini. Varenne (foto Ansa) apparteneva alla seconda categoria. Per sapere chi fosse non bisognava frequentare gli ippodromi, conoscere il trotto o distinguere una pista da mille metri da una da un miglio. Bastava essere italiani tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo.
Varenne era Varenne. Il Capitano.
È morto a 31 anni nell’allevamento LJ di Eboli, dove viveva dal marzo del 2025. A stroncarlo, nella notte tra il 17 e il 18 agosto, sarebbe stato un infarto fulminante. Se ne va così quello che viene considerato il più grande trottatore italiano e uno dei più grandi della storia mondiale: 62 vittorie in 73 corse, oltre sei milioni di euro conquistati in premi e un palmarès che, da solo, racconta un’epoca.
Ma i numeri, nel caso di Varenne, spiegano soltanto una parte della storia. Perché la sua impresa più grande non fu vincere. Fu riuscire a far guardare le corse dei cavalli a milioni di persone che dell’ippica sapevano poco o nulla.
Nato il 19 maggio 1995 a Copparo, nel Ferrarese, figlio dello stallone americano Waikiki Beach e della fattrice Ialmaz, Varenne non si presentò al mondo come un predestinato. Il suo debutto fu anzi singolare: una rottura al galoppo e la squalifica. Ma quel cavallo aveva qualcosa. Lo capirono presto Giampaolo Minnucci ed Enzo Giordano, l’imprenditore napoletano che decise di acquistarlo. Cominciò allora una delle avventure più straordinarie dello sport italiano.
Giordano proprietario, il finlandese Jori Turja allenatore, Minnucci sul sulky. E Varenne davanti. Sempre più spesso davanti.
Il Derby italiano del trotto nel 1998 fu soltanto l’inizio. Poi arrivarono le grandi piste europee, Parigi, Stoccolma, Napoli, e infine l’America. Varenne non si limitava più a vincere: dava l’impressione di appartenere a una categoria diversa dagli avversari.
Il 2001 fu l’anno nel quale il campione diventò leggenda. Vinse il Prix d’Amérique a Parigi, il Gran Premio Lotteria di Agnano, l’Elitloppet di Stoccolma e attraversò l’Atlantico per conquistare la Breeders Crown negli Stati Uniti. Nessun trottatore aveva mai riunito nello stesso anno le quattro corse simbolo del trotto mondiale. Nel 2002 avrebbe conquistato nuovamente Prix d’Amérique, Lotteria ed Elitloppet.
E in questa storia Napoli occupa un posto particolare.
Agnano diventò una delle case del Capitano. Il Gran Premio Lotteria lo vinse tre volte consecutive, dal 2000 al 2002. Per l’ippica napoletana furono anni irripetibili: sugli spalti arrivava anche chi normalmente non avrebbe saputo indicare il nome di un solo trottatore. Si andava ad Agnano per vedere lui.
C’era poi Enzo Giordano, napoletano, l’uomo che aveva creduto in quel cavallo quando la leggenda ancora non esisteva. È morto nel maggio dello scorso anno, pochi giorni prima della festa programmata per i trent’anni di Varenne. Oggi, quasi per una strana chiusura del cerchio, anche la vita del Capitano termina in Campania, a Eboli.
È proprio qui che la storia sportiva diventa qualcosa di diverso.
Per qualche anno Varenne riuscì infatti a riportare l’ippica dentro la cultura popolare italiana. I giornali gli dedicavano le prime pagine sportive, la televisione seguiva le sue imprese, le sue corse diventavano eventi. Treccani ricorda come sia stato protagonista di una delle più importanti campagne mediatiche costruite intorno a un cavallo da corsa.
Non era più soltanto ippica. Era spettacolo, costume, orgoglio nazionale. Era l’attesa della partenza, Minnucci piegato sul sulky, il gruppo lanciato verso l’ultima curva e quel cavallo scuro che sembrava trovare un’altra marcia proprio quando gli altri cominciavano a perderla.
Varenne correva e l’Italia guardava.
Forse è questo il dato che meglio misura la distanza tra un grande atleta e un’icona. Di campioni l’ippica ne ha avuti molti, prima e dopo di lui. Ma quanti sono riusciti a diventare riconoscibili semplicemente pronunciandone il nome?
Varenne non aveva bisogno neppure del cognome del proprietario, del driver o dell’allenatore. Era diventato un marchio italiano conosciuto nel mondo. Fu nominato Cavallo dell’anno in Italia nel 2000, 2001 e 2002, in Francia nel 2001 e 2002 e negli Stati Uniti nel 2001: un riconoscimento che restituisce la dimensione internazionale raggiunta dal Capitano.
Poi, nel 2002, arrivò il ritiro. Avrebbe potuto essere la fine della storia. Fu soltanto la fine delle corse.
Varenne diventò stallone e la sua eredità continuò negli ippodromi attraverso i suoi discendenti. Oltre duemila figli, alcuni dei quali capaci a loro volta di imporsi ai massimi livelli. Era scomparso dalle griglie di partenza, ma il suo nome continuava ad apparire nelle genealogie dei cavalli che correvano in Italia e nel mondo.
Con il passare degli anni, però, accadde qualcosa di ancora più curioso. Mentre l’ippica italiana perdeva progressivamente quella centralità popolare che aveva avuto nel Novecento, Varenne continuava a essere Varenne.
Le generazioni cambiavano, gli ippodromi attraversavano crisi e trasformazioni, il mondo delle scommesse si spostava altrove. Lui restava uno degli ultimi ponti con un’epoca nella quale una corsa di cavalli poteva ancora diventare un grande avvenimento nazionale.
Forse è anche per questo che la sua morte pesa più di quanto possa sembrare a chi considera l’ippica soltanto uno sport per appassionati.
Con Varenne se ne va infatti un pezzo di quell’Italia sportiva capace di innamorarsi improvvisamente di discipline lontane dal grande circuito mediatico quando compariva qualcuno in grado di trasformarle in racconto. Succede con i campioni autentici: prima costringono il pubblico a imparare le regole del loro sport, poi rendono persino le regole secondarie.
Varenne fece esattamente questo.
Non bisognava capire il trotto per aspettare una sua corsa. Non bisognava conoscere gli avversari per intuire che stava accadendo qualcosa di speciale. E non occorreva frequentare Agnano, Vincennes o Solvalla per sapere che quel cavallo italiano stava andando in giro per il mondo a battere quasi tutti.
Aveva smesso di correre da quasi ventiquattro anni. Eppure nessun altro cavallo italiano era riuscito davvero a prenderne il posto nell’immaginario collettivo.
Adesso il Capitano si è fermato. Restano i record, le vittorie, Parigi, Stoccolma, New York. Restano le tre notti di gloria di Agnano. Restano Minnucci sul sulky e quelle immagini ormai consegnate alla storia dello sport. Ma soprattutto resta una cosa che nessuna statistica può misurare. Per qualche anno un cavallo riuscì a far fermare un Paese davanti alla televisione per vederlo correre. Si chiamava Varenne. (aa)