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Tensione nel Pd. Renzi lega legge elettorale al voto di giugno; la minoranza, così non va.

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Pontieri lavorano a incontro con Bersani e Cuperlo. Rischio e show down in direzione. L’assemblea dei deputati mercoledì potrebbe saltare, la direzione di lunedì 13, che Matteo Renzi allarga a tutti i deputati e vertici locali, si annuncia al momento al buio. E’ nebbia fitta nel Pd: il leader si dichiara “pronto ad ogni confronto pubblico e democratico nel rispetto dello statuto interno” ma chi sa leggere tra le righe ha capito che, finchè resta aperta la finestra del voto a giugno, non sarà convocato alcun congresso. In questo clima di scontro e sospetti, i pontieri sono al lavoro per un incontro, ancora non deciso, in settimana tra Renzi, Bersani e Cuperlo per un ultimo tentativo di intesa che tenga insieme legge elettorale e primarie di coalizione. In attesa delle motivazioni della Consulta, previste per la prossima settimana, è difficile che il Pd avanzi una proposta di riforma agli altri partiti. Una proposta a Fi, Lega e Ncd che, chiarisce l’ex premier, deve tenere insieme merito e tempi: ok al premio alla coalizione solo se si vota a giugno altrimenti si entrerebbe in un altra fase che è tutta da ridiscutere. Un ‘prendere o lasciare’ lasciato intendere solo nei contatti informali. “La realtà – racconta un alto dirigente azzurro – è che non sappiamo qual’è il nostro interlocutore, Zanda ti dà garanzie sui tempi più lunghi per il voto, Franceschini ti assicura il premio alla coalizione ma poi la vicenda Agcom insegna che sono impegni scritti sull’acqua…”. Ma il vero nodo è tutto interno al Pd: o si riesce a siglare una tregua con un’intesa sulla legge elettorale o è show down con la maggioranza pronta a chiudere un accordo pur che sia in Parlamento pur di votare al più presto e la minoranza decisa ad uscire dal Pd per un nuovo soggetto politico. A meno che Renzi decida, ma ancora non sembra, di togliere il piede dall’acceleratore delle urne e di avviare subito la fase congressuale per una resa dei conti interna senza sconti. L’unico modo per cercare di evitare la deflagrazione sarebbe, a detta dei mediatori interni, un faccia a faccia prima della direzione tra Renzi e Bersani e Renzi e Cuperlo. “Sul premio alla coalizione, su un ragionamento comune su 150 capilista bloccati, anche al Senato, e sulle primarie di coalizione la minoranza potrebbe starci”, dicono i renziani più ottimisti. Ma dai bersaniani, che giovedì alle 14 si riuniranno, fanno sapere che per ora non ci sono contatti e che “se il segretario continua a forzare sul voto a giugno non ci sono primarie che tengano”. E i segnali, inviati da Renzi, non sembrano così concilianti. “Penso che chi vota Pd non meriti questa polemica continua, le minacce di scissione, la lotta costante di chi ogni giorno spara ad alzo zero, sostiene l’ex premier che addossa alla minoranza i “continui colpi di scena” e cambi di marcia sull’anticipo del congresso e poi sulle primarie. “A me non risulta che l’assemblea del Pd abbia preso decisioni sull’anticipo del congresso. Anche perché non aveva neanche il numero legale l’assemblea nazionale del Pd”, gli ribatte Michele Emiliano che esprime “grande tristezza nella continua personalizzazione” di Renzi.