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Se Camposanto Dall’Orto non si dimette Renzi pensa alle dimissioni del Cda per cacciarlo – Padoan come Ponzio Pilato, non riceve Dall’Orto: il ministro aspetta ordini da Gentiloni, ed il premier da Renzi .

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L’ assedio ad Antonio Campo Dall’ Orto è ormai soffocante. «È stato un mio errore – ironizza in privato il segretario dem – ma l’ ho scelto in base al curriculum. Gli avevo dato carta bianca per cambiare l’ azienda, il massimo che è riuscito a fare è stato lanciare “Cartabianca”…».

Già domani, allora, varcherà la soglia del ministero dell’ Economia e consegnerà nelle mani di Pier Carlo Padoan le sue dimissioni. Ma non basta. In queste ore l’ ala dura del renzismo prepara un’ altra mossa, clamorosa: il reset dell’ intero consiglio di amministrazione.

Sia chiaro, formalmente il governo si tiene fuori da questo braccio di ferro. Né Paolo Gentiloni, né Padoan si opporranno a un passo indietro di Campo Dall’ Orto. «Incontrare il dg? Non ho ancora visto la mia agenda», sibila il titolare dell’ Economia. E anche al ministero dello Sviluppo economico non si opporranno alle dimissioni, se non altro perché non ha mai consegnato il piano industriale ed editoriale promesso.

Eppure, Palazzo Chigi e il Tesoro non chiederanno la testa del manager, perché non intendono lasciare le “impronte digitali” su una storia così scivolosa. «Questa vicenda non è certo la prima preoccupazione del ministro – la linea di via XX Settembre – che si limiterà a prendere atto delle decisioni che saranno assunte».

L’ aria che si respira a viale Mazzini è nevrotica, in queste ore. Tutto sembra crollare, ma Carlo Freccero promette barricate per «difendere Milena Gabanelli». Proprio nel consiglio – che tornerà a riunirsi anche domani il nervosismo è alle stelle.

Le accuse mosse dal collegio dei revisori sulla gestione di Campo Dall’ Orto sono talmente gravi che assieme al manager rischiano di travolgere anche il cda, che ha dato il via libera alle sue scelte. Hanno ignorato un parere dell’ autorità Anticorruzione e i consiglieri, adesso, temono code giudiziarie ed eventuali azioni di responsabilità.

È proprio in questi dilemmi che si insinua l’ ala dura del renzismo, convinta che l’ unica riscossa possibile passi dal reset dell’ intero board aziendale. Una soluzione estrema: permetterebbe di lanciare un nuovo cda in carica per tre anni, a pochi mesi dalle elezioni, ma solleverebbe anche un polverone politico clamoroso.

Come ottenere l’ azzeramento, ecco il punto più delicato di questa storia. L’ idea è quella di replicare – sia pure in un contesto assai diverso – il “metodo Marino”, che portò il Pd ad abbattere la giunta capitolina. In questo caso occorrono le dimissioni di cinque dei nove membri del cda Rai, in modo da sabotare definitivamente l’ organismo.

Chi? Il primo della lista è Guelfo Guelfi, fedelissimo di Renzi. La seconda Rita Borioni, in quota Orfini. E ancora, Paolo Messa potrebbe ricominciare da un seggio parlamentare con i centristi di Alfano, al pari di Franco Siddi con i dem. Il quinto “indiziato” è il consigliere scelto dal Tesoro, Marco Fortis. Una forzatura clamorosa, come detto. Ma a pochi mesi dalle politiche – e con lo scenario sempre più concreto di elezioni politiche a settembre – tutto diventa possibile.