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Italicum: bocciato il ballottaggio, ok a premio di maggioranza per chi supera 40% dei voti.  ‘La legge è subito applicabile’

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Il ballottaggio salta, resta invece il premio di maggioranza al partito che supera il 40% dei voti, non sono toccati capilista e plucandidature, ma viene fissato un limite importante: in caso di vittoria multipla, non si può scegliere il collegio in cui risultare eletto, ma interviene il criterio del sorteggio. E’ l’Italicum ‘riscritto’ dalla Corte Costituzionale, che lascia in campo una legge immediatamente applicabile. Un concetto, questo, che la Corte ha voluto esplicitare mettendolo nero su bianco nel comunicato ufficiale per non lasciare dubbi residui su un aspetto scontato per i giuristi, ma non per la politica. Il dato di fondo è che i due sistemi, quello per le elezioni della Camera e quello delle elezioni del Senato, restano dissimili, ma lasciano un assetto funzionante, ha detto la Corte. La differenza maggiore è data dal premio, che l’Italicum, destinato a eleggere i deputati, mantiene, e il Consultellum, il sistema uscito dalla sentenza della Consulta sul Porcellum nel 2014 e valido per i senatori, non ce l’ha. Diverse anche le soglie di accesso, differenziate e graduate nel Consultellum; unica, 3%, per l’Italicum. E’ vero però che proprio le soglie del Consultellum, che è un proporzionale puro, fanno sì che al Senato se una forza dovesse ottenere il 40% può puntare al 47-48% dei seggi, quota non lontanissima da quella del 55% che assicura il premio alla Camera. Questo avvicina potenzialmente i due sistemi. Tecnicamente, quindi, in caso di voto anticipato, la legge c’è per entrambe le Camere. Ora la palla passa alla politica: la Corte ha fatto la sua parte. E lo ha fatto rigettando molte questioni sollevate sia dai ricorrenti sia dall’Avvocatura dello Stato, compresa una questione di fondo prospettata dalla difesa di Palazzo Chigi, che chiedeva il rigetto perché l’Italicum non è stato mai adoperato. No, la Corte è entrata nel merito. Ieri sera, alle 17, dopo l’udienza pubblica, i 13 giudici presenti hanno appena cominciato ad affrontare la questione. L’esame è ripreso in mattinata alle 9.30 ed è durato circa sette ore, con una breve pausa poco dopo mezzogiorno per mangiare un panino senza spostarsi dalla sala della camera di consiglio. Si è proceduto per punti, spacchettando i temi: su nessuno c’era l’unanimità, ma la maggioranza era certa su tutti. Per questo si è scelto di non cristallizzare in un voto le decisioni, ma di certificare solo il risultato finale. L’idea, martedì, di comunicare un orario, le 13-13.30, per la decisione, che poi è slittata al pomeriggio, ha innescato qualche cortocircuito e ha fatto pensare a divisioni nette. Non è stato così, il clima è stato sereno. L’idea di affrontare il tema dell’allineamento tra i due sistemi non è stata percorsa, se non per un punto: il ballottaggio. Qui c’erano opinioni diverse sulla possibilità di sorreggerne o meno l’abolizione ricorrendo all’argomentazione che il doppio turno non è presente per il Senato. Alla fine, da quanto emerge, si sarebbe scelto di non farlo: il ballottaggio va via principalmente perché non è prevista una soglia minima di voti per accedervi e questo può alterare la reale rappresentanza. Il resto, se vuole, lo farà la politica.